Magazzino 18

di e con Simone Cristicchi, scritto con Jan Bernas

Ci sono storie che ci vengono a cercare.
Quando ero piccola avevamo una tv in bianco e nero, senza telecomando e con due manopole: con una si giravano i canali (non si arrivava alla decina), l’altra era quella per la sintonia fine.
Avevo imparato che il sabato pomeriggio cercando bene con la sintonia fine, su TeleCapodistria (molto più esotica della tv Svizzera) trovavo i cartoni animati. Mio papà mi aveva detto che Capodistria era in Jugoslavia e io non mi spiegavo perché parlassero italiano. Lui mi disse che era una brutta storia di guerra, senza aggiungere altro.
Non trovai quella brutta storia di guerra sui libri di scuola e la dimenticai.
Ma intorno agli anni ’90 cominciai a sentire qualcosa qui e là: la brutta storia di guerra tornava a cercarmi, e mi trovò un giorno che, in libreria, cercavo un’ispirazione per capire la guerra dei Balcani, in quegli anni in cui si ammazzavano dall’altra parte dell’Adriatico. Vidi un libro di Arrigo Petacco intitolato “L’esodo” e il primo pensiero fu di chiedermi cosa ci facesse un libro sugli ebrei lì in mezzo, ma sulla copertina c’era una foto di cinquant’anni prima e la scritta La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia. La brutta storia di guerra mi aveva trovato, e ieri sera a teatro con questo spettacolo di Simone Cristicchi ho chiuso il cerchio.

Cristicchi inventa il personaggio di un archivista che entra nel magazzino 18 e con masserizie, foto e documenti originali ricostruisce una storia che inizia con la prima guerra mondiale e si chiude negli anni Cinquanta, fatta di etnie che vivono in armonia finché non arrivano il fascismo prima e il comunismo poi, gli stupri, gli espropri, le foibe. In mezzo un popolo sempre straniero in casa propria, sempre guardato con diffidenza e odio. Costretto a fuggire a colpi di sparizioni e stragi.
Il Magazzino 18 è un capannone del porto di Trieste dove gli esuli istriani lasciarono le loro cose, pensando di tornare a prenderle, una volta rifattisi una vita in Italia, che era poi la loro patria. Partivano da esuli, non da migranti, con un vestito e una valigia con poche cose. Le foto dei cumuli di masserizie dentro il capannone non sono come i mucchi di scarpe e occhiali dei lager, ma li evocano.
Per tutti loro ad accoglierli c’erano pregiudizi e accuse, ossia quello che da sempre accoglie chi, fuggendo da un orrore, pensa di non essere destinato a trovarne altro.
Alcuni di loro hanno vissuto per quasi dieci anni nei campi profughi in giro per l’Italia, alcuni dei loro figli ce l’hanno fatta (Alida Valli, Uto Ughi, Ottavio Missoni, Laura Antonelli, Sergio Endrigo..), altri si sono uccisi appendendosi a un albero, o con l’alcol, o finendo in ospedali psichiatrici.
Non si sa nemmeno quanti siano.
Lo spettacolo alterna prosa e canto, la musica è suonata dal vivo da un’orchestra.
Cristicchi è un narratore cantante, non ha la capacità espressiva di un attore di teatro, ma la storia è potentissima e lo spettacolo ben allestito.
Con la sua sensibilità genera empatia e disagio, restituendo memoria e dignità a tutti quei morti e agli esuli.

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2 risposte a Magazzino 18

  1. Rudi ha detto:

    Il potere non si limita a vincere nel presente. Pretende di riscrivere il passato e di formare la coscienza su ciò che è accaduto, influenzando così anche il futuro.
    Detto da uno che su TeleCapodistria, il sabato pomeriggio, cercava il basket jugoslavo.

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