Come canta Vasco: “Sì, stupendo! … mi viene il vomito”

Due dei miei nipoti sono grandi e non pensano più ai giochi da un pezzo.
Gli altri due sono cuccioli, ma vivono in Africa e gli compriamo regali una volta ogni tanto.
Giochi per figli di amici sono stati acquistati recentemente solo in negozi medio-piccoli, in centro. Quindi non è che io abbia proprio molto il polso dei grandi magazzini di giocattoli; oggi, per dare un’occhiata e perché avevo mezz’ora prima di un appuntamento sono entrata in uno di questi.

La segregazione sessuale avviene all’ingresso: giochi da femmina e giochi da maschi sono fisicamente separati da una corsia centrale dedicata a formine, pongo e didò. Relegati in uno scaffale defilato i giochi didattici (computer parlanti e affini, ma praticamente solo per la prima infanzia), non ho visto quasi nulla che avesse a che fare con la scienza. Anche le costruzioni  sottostanno alla rigida segregazione sessuale.
Se qualcuno commenta che è per favorire gli acquisti, giuro che lo banno.

I modelli di uomo e donna che veicoliamo attraverso i giochi sono aberranti.
I giochi da maschio prevedono macchine di tutte le forme e dimensioni, attrezzistica di vario tipo, mostri ed armi. Embrioni di violenza, dominio e forza.
I giochi da femmina si dividono in due grosse categorie: la cura della persona e la cura della casa. Nella prima rientrano tutti gli accessori per capelli, trucco, finte scarpe, sandali e ciabattine, il tutto abbondantemente accessoriato da brillantini e strass. Per carità, anch’io da bambina mi pitturavo le unghie con i pennarelli, ma questo mi sembra un livello diverso.
Ma è nella cura della casa che il cliché raggiunge la sua apoteosi: si va dalla versione mini di aspirapolvere, lucidatrice, ferro da stiro, paletta e scopa, mocho, al completo della perfetta donna delle pulizie: carrello con secchi, scopa, cesto porta rifiuti. Quello che si vede in qualsiasi ufficio. Il tutto contenuto in uno scatolone – e questo, più di tutto, è quello che mi fa arrabbiare – con l’immagine di una bambina sorridente che spazza e ramazza.
Embrioni di donne ossessionate dall’apparire, della propria persona e della casa.

Penso che presenterò un reclamo: inspiegabilmente, non ho trovato il gioco della badante.

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8 risposte a Come canta Vasco: “Sì, stupendo! … mi viene il vomito”

  1. Vale ha detto:

    Adesso capisco tante cose del perché sono come sono.
    E per fortuna.
    Buon anno!

  2. Lia ha detto:

    È un problema, ma nessuno lo vuole vedere. Io da piccola volevo le costruzioni. Odiavo le bambole da accudire. Avrei dato un braccio per il piccolo chimico ma non è mai arrivato. In compenso un mese fa un paio di amiche mi hanno rimproverato perché non mi trucco ogni giorno e non mi decimo con le pinzette le sopracciglia. Ho avuto una femmina e mi piacerebbe salvarla.

  3. arancioeblu ha detto:

    Il quadro che esce dai commenti (qui e su fb) è che alla fine i giochi non ci hanno condizionato più di tanto.
    Bene.
    Ma è un mondo difficile.

  4. pyperita ha detto:

    Certo è desolante che non si riesca ad uscire dai soliti schemi, quando il mondo intorno è cambiato e queste divisioni sono prive di significato. Io tra l’altro non ho mai avuto giochi da femmina da bambina perché avevo solo amici maschi. Non avevo bambole ma soldatini e macchinine. Ho passato un’infanzia molto felice anche senza Barbie, anzi soprattutto senza 🙂

  5. lmalanotteno ha detto:

    Sulla questione dei giochi io sono sempre in bilico. da piccola avevo il mini ferro da stiro, ma questo non mi ha influenzato da adulta. Mio marito stira molto meglio di me, per dire. Avevo quasi tutti giochi “da femmina” eppure sono serenamente il “capofamiglia”. serenamente perchè a mio marito non frega nulla di chi guadagna di più. mi spavanteno, son sincera, solo le costruzioni “da femmina”. Non chiedermi perchè ma quelle mi fan proprio paura. per il resto, credo sia molto peggio la mamma o il papà che dicono al figlio maschio di non aiutare ad apparecchiare perchè è da femmina. Non voglio dire che la cosa mi piaccia, ma a volte ho paura che serva solo a spostare l’attenzione dal problema vero. O forse mi sbaglio: l’ho scritto, sto in bilico.

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