La tregua, Primo Levi – 1963

Dalle prime pagine:
Per tutto il giorno, avevamo avuto troppo da fare per aver tempo di commentare l’avvenimento, che pure sentivamo segnare il punto cruciale della nostra esistenza; e forse, inconsciamente, l’avevamo cercato, il da fare, proprio allo scopo di non avere tempo, perché di fronte alla libertà ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, inadatti alla nostra parte.

Dall’ultima:
Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre… Sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz… Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi. I mesi or ora trascorsi, pur duri di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino.

Mi sono chiesta più di una volta il senso del titolo scelto da Levi per questo libro. I più banali Esodo o Il ritorno o qualcosa di simile mi sembravano più adatti per questo diario del ritorno da Auschwitz.
Il senso sta nella frase che ho riportato, non serve che io aggiunga inutili parole a commentarla.

 

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