Se questo è un uomo, Primo Levi – 1947

Questo è il classico libro che leggi in terza media.
E come di tutti i classici, se va bene magari ti piace, ma ne capisci poco.

Oggi penso che Se questo è un uomo è un libro che va letto e riletto, uno di quelli che tieni sul comodino, apri a caso e trovi sempre una frase che ti fa riflettere.
A differenza di altre testimonianze di reduci, che si leggono a fatica, che ti costringono a chiudere le pagine per respirare, qui c’è poco o pochissimo degli orrori dei lager, non c’è minuzia di particolari, ma mentre quelle testimonianze colpiscono lo stomaco, Levi colpisce l’anima.

Qui è così. Sapete come si dice “mai” nel gergo del campo? “Morgen früh”, domani mattina.

Appena arrivati al campo, i prigionieri vengono spogliati, rasati, poi la prima doccia gelata e la vestizione con stracci:
Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. (…) ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

 Appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare (…) siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.

Alcuni prigionieri devono alzarsi la notte e andare alla latrina per svuotare il secchio usato nella baracca per i bisogni notturni; i prigionieri dormono in minimo due per cuccetta, col la faccia contro i piedi del compagno.
A noi tocca trascinarci fino alla latrina, col secchio che ci urta i polpacci nudi, disgustosamente caldo; è pieno oltre ogni limite ragionevole, e inevitabilmente, con le scosse, qualcosa ci trabocca sui piedi, talché, per quanto questa funzione sia ripugnante, è pur sempre preferibile esservi comandati noi stessi piuttosto che il nostro vicino di cuccetta.

La selezione per il laboratorio di chimica:
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: “Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile”.

Kraus lavora troppo, e troppo vigorosamente: non ha ancora imparato la nostra arte sotterranea di fare economia di tutto, di fiato, di movimenti, perfino di pensiero. Non sa ancora che è meglio farsi picchiare, perché di botte in genere non si muore, ma di fatica sì, e malamente, e quando uno se ne accorge è già troppo tardi.

I due francesi non avevano capito ed erano spaventati. Tradussi loro di malavoglia il discorso delle SS; trovavo irritante che avessero paura: non avevano ancora un mese di Lager, non avevano quasi ancora fame, non erano neppure ebrei, e avevano paura.

Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti; è meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis. È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate.

Nei Lager si perde l’abitudine di sperare, e anche la fiducia nella propria ragione. In Lager pensare è inutile, perché gli eventi si svolgono per lo più in modo imprevedibile; ed è dannoso, perché mantiene viva una sensibilità che è fonte di dolore, e che qualche provvida legge naturale ottunde, quando le sofferenze sorpassano un certo limite.

Quando abbiamo visto i primi fiocchi di neve, abbiamo pensato che, se l’anno scorso ci avessero detto che avremmo visto ancora un inverno in Lager, saremmo andati a toccare il reticolato elettrico; e che anche adesso ci andremmo, se fossimo logici, se non fosse di questo insensato pazzo residuo di speranza inconfessabile.

 In Lager il suicidio era un fatto assai raro. Il suicidio è un fatto filosofico, è determinato da una facoltà di pensiero. Le urgenze quotidiane ci distraevano dal pensiero: potevamo desiderare la morte, ma non potevamo pensare di darci la morte. Io sono stato vicino al suicidio, all’idea del suicidio, prima e dopo il Lager, mai dentro il Lager.

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